Racconti e romanzi lasciati tali, spesso per la morte dell'autore (momento in cui si sancisce l'incompiutezza della vita), permettono al lettore di figurarsi quali sviluppi avrebbe potuto intraprendere la vicenda.
Un finale aperto può far intuire non solo il plausibile -ma non scontato- svolgimento dell'intreccio (ovvero quali fatti sarebbero accaduti in seguito), ma anche la "distanza" stessa dal finale vero e proprio: quante parole, quante pagine erano ancora -e già- scritte nella mente dell'autore quando l'opera si è interrotta?
Già da ciò si intuisce che il finale aperto è sia impropriamente un "finale", sia impropriamente "aperto".
Infatti, non può essere considerato un punto d'arrivo, il capolinea, in quanto il treno della vicenda, inizialmente governato dall'autore-macchinista, procede lungo dei binari preesistenti prescindendo in qualche modo dal macchinista stesso, ed è ora in balia della locomotiva -prosasticamente l'ultima pagina o parola scritta dall'autore-, la quale può potenzialmente venire guidata da ogni lettore, che costruisce nella propria mente una nuova via di binari, sostitutiva di quella scomparsa insieme al primo ed originale autore.
Ogni pagina-stazione o forse ogni parola-tratto-di-binari è potenzialmente un finale aperto, se chiudessimo il libro subito dopo averla letta. Se alla prima parola scritta le storie possibili sono moltissime, alla seconda lo sono già meno, ed alla millesima infinitamente ridotte; e più l'autore-macchinista procede per la propria via, più la meta sembra farsi chiara, quasi obbligata, eppure mai univoca: non esiste mai, e questo è verosimile per i treni ma assolutamente reale per le storie, un capolinea, e ciò appare più chiaro quando, terminato un racconto o un romanzo, avvertiamo sempre un vuoto, qualcosa di irrisolto, di incompiuto, di indeterminato, come se in potenza si potesse ancora andare avanti. Che sia la nostra inconscia pulsione alla conoscenza totale, anche della singola mosca citata una singola volta, in un episodio trascurabile? Che sia l'insita curiosità che ci anima? Che sia la nostra allergica reazione alla morte, in questo caso quella della narrazione, del suo mondo e dei suoi personaggi?
In quest'ottica amo le opere incomplete, o quelle che non lasciano convergere tutto ad un unico, finale, morente e mortifero punto. Quasi desidero che tutte le opere siano incompiute, e se non lo sono, di renderle tali io stesso ammazzando la lettura prima che l'ultimo punto fermo ne ammazzi il fascino.
Ed il termine "aperto"? Anche qui, la parola è utilizzata impropriamente, e dovrebbe essere sostituita da "ampio", o forse da "governabile", o meglio ancora da "socchiuso"; infatti, molteplici sono le ingerenze interne ed esterne tali da governare entro certi confini questa falsa apertura: la vicenda narrata sino ad ora, la conoscenza da parte del lettore dell'autore e di altri suoi testi, la volontà del lettore, la cultura ed il contesto del lettore, il suo gusto, la sua esperienza, la sua vita, ecc.., socchiudono sempre più la porta che solo in un foglio bianco troviamo spalancata.
Insomma, proporrei di sostituire il termine "finale aperto" con
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