giovedì 31 marzo 2011

La Stazione


Un piccione perdutosi nella caoticità dei molteplici viaggi banchetta confuso in un bar troppo aperto. Persone ferme, sedute chissà da quanto, chi lo sa per quanto, in panche e sedie che rappresentano l'unico desiderato rifugio per vite sfinite al via vai necessario per vite opposte. E così incroci la curva matrona russa, matrioska di storie lontane nel tempo, e la signora di mezz'età di aspetto in fondo non troppo trascurato o logorato, il cui odore acre di fumo tradisce però la vera triste condizione. La conferma arriva dalle sue mani: radici morenti di rossissimi capillari ne risalgono il dorso, conducono alle unghie divorate dall'infelicità, e le dita tozze e arrossate stringono libidinosamente una lattina di birra a buon mercato.
Non si contano le stampelle, alcune a chiedere pietà contante, alcune oramai troppo stanche.
Carrozzelle e carrozze così simili eppure così diverse si alternano nel panorama grottesco della stazione.
Uomini e donne che vanno e che vengono, partono e arrivano, si ricongiungono e si lasciano, abbandonano e sono abbandonate: in ogni viaggiatore posso leggere una storia incredibile, non contemplo nemmeno la banalità in questo templio dello scambio. Loro sono per me misteriosi eroi sconosciuti, detentori di esperienze che potrei solamente immaginare, e che non so se sperare o meno di vivere; non voglio conoscerli, non voglio sapere il perché di quegli strani sguardi perduti, non potrei contenere così tante vite in una sola, la mia.
E l'incredibile illusoria grandezza di alcuni, i miei eroi, adobrano con forza la presenza dei molti volti già incrociati al di fuori di questa stazione, nei cartelloni pubblicitari, nei monitor, nella quotidiana piatta banalità delle vite qualsiasi.
I treni stessi sembrano diretti proprio ovunque, ma di certo non in posti noti: li porteranno lontani, metro dopo metro verso omerici inferi, sono queste per me le mete degli umili Ulisse che vedo passare.
La stazione mi inganna.

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